Colesterolo e trigliceridi alti

L’importanza dei lipidi

Una delle categorie di nutrienti più osteggiate ormai da decenni è quella dei lipidi, meglio noti con il termine dispregiativo di “grassi”. Molti studi scientifici hanno dimostrato in modo inequivocabile che un’alterazione del metabolismo lipidico è spesso associata a patologie cardiovascolari e de- generative, per cui l’immaginario popolare ne ha tratto l’inevitabile conclusione che il grasso non solo ingrassa, ma uccide. Il risultato paradossale di questa distorta filosofia nutrizionale è stato quello di una fobia ossessiva rispetto a tutti gli alimenti ricchi di lipidi e di colesterolo, che l’industria alimentare ha sfruttato proponendo le più bizzarre soluzioni: burro senza colesterolo, latte mortificato dalla scrematura, margarine di dubbia qualità e oli di semi sempre più manipolati. Le conseguenze sulla salute pubblica determinate da questi prodotti sono oggi sotto gli occhi di tutti, anche in considerazione del fatto che nelle civiltà occidentali avanzate, la percentuale di obesi è in continuo aumento soprattutto tre le fasce d’età sempre più giovani, con conseguenze severe per lo sviluppo neuro-motorio e ormonale dei bambini e degli adolescenti in accrescimento.
I lipidi sono una categoria di nutrienti indispensabili per la sopravvivenza degli esseri umani e per la perpetuazione della specie, ma bisogna distinguerli fra quelli saturi, monoinsaturi e polinsaturi. Oltre all’apporto esterno, tra le vie metaboliche che portano all’eccessiva sintesi di queste molecole c’è anche quella di un’alimentazione troppo ricca di zuccheri. Infatti, uno dei primi accorgimenti bionutrizionali nei casi di ipertrigliceridemia sarà quello di una drastica riduzione degli zuccheri e del carico glicemico dei pasti, in particolare di quello serale. Tale risultato si potrà ottenere riducendo la frequenza e la quantità dei glicidi “semplici” o a rapido assorbimento, come zucchero, dolci, vino, frutta, etc…, e aumentando la percentuale dei lipidi alimentari, soprattutto di quelli mono e polinsaturi come l’olio extravergine d’oliva o di lipidi animali non sottoposti a temperature elevate e tempi prolungati di cottura, per esempio prosciutto crudo, salmone affumicato o a carpaccio, burro, yogurt intero, etc. Altrimenti, un pasto in cui si sia ridotta al minimo la percentuale di lipidi avrà inevitabilmente un indice glicemico più elevato, costringendo il fegato a trasformare gli zuccheri in eccesso in trigliceridi, stoccando poi questi ultimi nel tessuto adiposo.

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L’importanza del colesterolo

Il colesterolo, invece, è un alcool policiclico appartenente alla famiglia degli steroli (complesse molecole solubili nei grassi) e fu identificato per la prima volta come componente dei calcoli biliari, da cui il termine chole (bile) e stereos (solido). Esso è presente in tutti i tessuti, soprattutto nel cervello, nella bile e nel sangue e costituisce un precursore fondamentale per la sintesi di numerosi ormoni, della vitamina D e per la formazione dei sali biliari. Nel circolo ematico i valori oscillano in media tra 150 e 200 mg/dl, con rilevanti differenze individuali (anche collegate all’età e alla costituzione del soggetto) ed è trasportato in tutto il corpo dal sangue, dal quale le cellule ne prelevano direttamente la quantità necessaria. Data la sua limitata solubilità, per raggiungere le sedi di utilizzazione il colesterolo è trasportato da diverse lipoproteine, fra cui si distinguono le LDL, lipoproteine a bassa densità, costituenti il cosiddetto “colesterolo cattivo” e le HDL, lipoproteine ad alta densità, conosciute come “colesterolo buono”. La sintesi endogena del colesterolo da parte del fegato è di gran lunga superiore all’apporto esogeno tramite gli alimenti (rispettivamente l’80% contro il 20%). La quota che non passa nel sangue è necessaria per i processi digestivi come costituente fondamentale dei sali biliari. Dunque, la domanda da porsi è questa: “se il colesterolo è ritenuto così dannoso, perché l’organismo ne produce tanto?”

Alimentazione e colesterolo

Alla luce di questa riflessione e in base ai dati statistici e all’esperienza bionutrizionale si evidenzia l’assoluta inutilità di escludere drasticamente i lipidi alimentari per ridurre l’ipercosterolemia, raccomandando, invece, di stimolare la funzione epatobiliare per permetterne l’eliminazione nel lume intestinale. Tale stimolo si realizzerà con un corretto impiego di soffritti e fritti, superando la naturale perplessità dei pazienti ai quali di solito viene raccomandato di evitare tali modalità di cotture. Saranno adatti alimenti ricchi di potassio ad azione miorilassante per dilatare la muscolatura liscia delle vie biliari e favorire il deflusso verso il lume intestinale. Nello stesso tempo si eviterà di complicare i processi digestivi con preparazioni di difficile digestione o con apporto simultaneo di lipidi di diversa natura. Nella composizione dei pasti si utilizzeranno alimenti dotati di specifica azione ipocolesterolemizzante, come la mela verde o Granny Smith, tutti i frutti di bosco, le fragole e la melagrana. Il kiwi sarà doppiamente indicato sia per il suo contenuto di Vitamina C che per l’azione di stimolo intestinale. Da segnalare anche l’utilità dei legumi e del pesce o di rimedi come il centrifugato di carota, da assumere a digiuno.